Quattro

 

 

 

6 Agosto 2018

 

Quattro buone ragioni per cambiare rotta.

 

Chi ha la pazienza e l'interesse di leggere queste note sa che non parliamo mai di notizie di cronaca relative a fatti di droga. Anzi, non ricordo bene dove, ma lo abbiamo anche esplicitato: non ribadiremo informazioni di cronaca come decessi, arresti o qualsiasi altro fatto che potremmo agevolmente sfruttare per sostenere le nostre tesi.

Ci permetterete quindi, dopo alcuni anni, di fare una, seppur parziale, eccezione. Lo faremo, in modo limitato, solo per poter evidenziare il definitivo e incontrovertibile fallimento delle politiche antidroga degli ultimi trenta anni.

 

Nell'ultimo mese nella sola Bologna ci sono stati quattro decessi per assunzione di stupefacenti più un numero imprecisato di overdose che, solo per il pronto intervento dei sanitari, non si sono concluse nel modo più tragico.

 

Questi eventi rappresentano solo la punta dell'iceberg di un problema di dimensioni enormi fatto di violenze familiari, incidenti stradali con vittime innocenti e inconsapevoli, criminalità diffusa (micro o macro dipende esclusivamente dai punti di vista), centinaia di migliaia di giovani e meno giovani vite sottratte alla felicità e alla serenità di cui ognuno avrebbe diritto alla nascita.

 

Un problema sociale di dimensioni e importanza non certo inferiore a quelli che riempiono le pagine dei quotidiani. Un problema però che non viene minimamente affrontato perchè non porta voti. Anzi, affrontarlo seriamente, potrebbe farne perdere all'una o all'altra forza politica. Non è certo casuale il fatto che quasi nessuno prenda una posizione ufficiale e, nei pochi casi in cui succede, si moltiplicano le prese di distanza, i distinguo, i "si, ma però...".

L'unico tema che periodicamente salta fuori è la liberalizzazione/legalizzazione delle cosiddette "droghe leggere". Tema di cui ci occuperemo eventualmente (forse, chissà) in un'altra occasione.

 

Volevo invece parlare di quelle quattro persone che nel luglio bolognese hanno perso la vita per fare alcune considerazioni.

 

  1. Questi numeri hanno le caratteristiche dell'epidemia ma non pare che le competenti autorità sanitarie ne prendano atto.
  2. Quelle quattro persone avevano tra i 45 e i 50 anni. Connotato strano. Una peculiarità singolare per una società abituata a decessi di soggetti mediamente giovani. Chissà se le "competenti autorità sanitarie" studieranno il fenomeno.

 

Noi gli vorremmo dare una dritta (voce gergale dal significato di informazione confidenziale, suggerimento utile.). Vorremmo far loro notare che, con ogni probabilità, hanno iniziato a consumare stupefacenti nei primi anni '90. Una coincidenza non trascurabile è far notare che l'istituzione dei SerT è proprio del 1990.

Dire che queste persone siano "figli del SerT" è probabilmente sbagliato e sicuramente eccessivo. Sono però, altrettanto sicuramente, figli di un approccio della sanità pubblica alle tossicodipendenze profondamente sbagliato.

 

Vorrei che fosse assolutamente chiaro che noi non ce l'abbiamo con i professionisti dei SerT, medici, infermieri, ecc. ecc. . Spesso sono persone degne della massima stima e non mettiamo minimamente in dubbio la loro buona fede e il loro impegno. Il problema sono le linee guida che gli hanno dato o si sono dati.

La metodologia d'approccio basata sulla filosofia della "riduzione del danno" è sbagliata. Noi lo abbiamo sostenuto fin dal primo momento e i dati ci danno, purtroppo, ragione. Il danno non va "ridotto" ma eliminato. Ridurre il danno vuol dire in modo decisamente esplicito mantenimento del danno.

Questi 4 decessi ci danno ragione.

 

Noi non vorremmo avere ragione; non sappiamo che farcene della ragione. Noi vorremmo che il sistema funzionasse ma non è così.

La strategia finora utilizzata non ha prodotto alcun risultato positivo degno di nota, e trent'anni sono un periodo di prova decisamente lungo. Da oggi abbiamo quattro, ulteriori, buone ragioni per cambiare rotta.