Divieni

 

 

 

3 Gennaio 2019

 

Divieni ciò che sei

 

"Divieni ciò che sei" è un’esortazione di Nietzsche che ricordo di aver letto, chissà quando e chissà come, ma che mi era passata completamente inosservata.

In genere faccio così con tutto quello che riguarda filosofia e filosofi.

La filosofia è un campo a me completamente ignoto. La evito proprio accuratamente.

Devo dire che un po’ me ne vergogno perché è un settore di studi alto e nobile.

Il termine “filosofia” viene dal greco antico e significa “amore per la sapienza”. Addirittura, secondo Cartesio, dalla filosofia nascono le principali scienze tra cui la medicina. Insomma, viste le fondamenta della materia, e i miei interessi di tutta una vita dovrebbe interessarmi molto. Invece, e lo dico davvero dispiaciuto, non è così.

Forse è troppo difficile per me. Oppure è per il fatto che, essendo una materia così ampia e aperta, ci si è messo dentro di tutto e di più con una suddivisione in branche e tesi contrapposte che non mi aiutano nel mio bisogno di certezze.

I filosofi non sono mai d’accordo su niente, neanche su cosa sia la filosofia e di cosa si debba occupare, e quindi non mi costa assolutamente niente interessarmi a cose più vicine a me.

Nietzsche poi, è già ostico e complicato anche per chi se ne intende, e quindi mi autoassolvo quando, casualmente, mi imbatto in qualcosa di suo e passo rapidamente oltre.

"Divieni ciò che sei" però mi è ricomparso davanti alcuni giorni fa non attribuito a Nietzsche ma bensì a Pindaro. Stavolta però, e dopo vi dirò il perché, mi ci sono soffermato.

Pindaro era un poeta dell’antica Grecia e io, sia chiaro, capisco di poesia come di filosofia. Beh, forse poco poco di più. Non fosse altro per il fatto che a scuola qualche poesia a memoria te la facevano imparare a forza. Un altro motivo è che, ai miei tempi, un adolescente privo di mezzi economici o di un fisico decente poteva cercare di far colpo sulle coetanee sfoggiando una inesistente cultura poetica e, quindi, qualcosa doveva pur leggere.

Il mio cavallo di battaglia era Prévert:

Une orange sur la table

Ta robe sur le tapis

Et toi dans mon lit

Doux présent du présent

Fraîcheur de la nuit

Chaleur de ma vie

Pindaro mi è molto simpatico. I “voli”, per i quali è universalmente noto, erano piacevoli digressioni dal tema di cui, anche senza apparente connessione logica, arricchivano il testo rendendone ancora più piacevole la lettura.

Nietzsche dopo 2300 anni ha preso il "Divieni ciò che sei" pindarico facendo, di un’ode greca, un importante elemento filosofico. Ne ha parlato spesso lui e ancor di più, naturalmente, i suoi studiosi ed esegeti.

Come sempre si sprecano interpretazioni e decodificazioni anche se, in questo caso, il significato sembra essere piuttosto esplicito ed evidente.

Il commento di Umberto Galimberti mi sembra il più centrato e chiaro a noi poveri profani che lo traduce in: “Prendi coscienza, nei limiti che ti è consentito, delle tue potenzialità e delle tue non idoneità, sviluppa le prime e rinuncia alle seconde, evitando di sognare di poter diventare ciò che non sei, perché attratto dai modelli che questa società ti propone e che non ti corrispondono.”

E dopo questo volo pindarico veniamo al perché questa volta il "Divieni ciò che sei" destato il mio interesse.

Il meccanismo è lo stesso delle pubblicità dei pannolini per neonati. Le noti solo se hai un bambino piccolo in casa altrimenti ti passano completamente inosservate.

In questo caso, appeno ho letto la locuzione, l’ho immediatamente associata al percorso e al cammino che fanno (che devono obbligatoriamente fare) le persone che vogliono uscire da una dipendenza da sostanze e ho fatto mia la lettura che ne ha dato Galimberti.

La loro crescita come persone si è arrestata al momento della prima canna, della prima sniffata. Hanno rinunciato alla loro crescita come persona e contemporaneamente allo sviluppo delle loro potenzialità e capacità.

Durante il periodo della dipendenza, e della tossicodipendenza in particolare, la persona “non è ciò che è” ma solo una parte di essa, e nemmeno la migliore.

La persona dipendente da sostanze non ha concluso quel percorso che Pindaro e Nietzsche auspicano con il "Divieni ciò che sei". Questa frazione di crescita la completerà durante il percorso di recupero prendendo coscienza delle “potenzialità e delle non idoneità” e lavorando su quelle.

Costruirsi un futuro senza solidi pilastri ma, anzi, con manifeste fragilità mina alla base tutto il lavoro e le fatiche fatte precedentemente. È come costruire un castello di sabbia in attesa della prima mareggiata.