Aragosta

Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti! (Michele in Palombella rossa)

 

Abbiamo recentemente parlato della resilienza. Abbiamo detto che questa ed eventuali altri importanti elementi di crescita personale debbano essere portati a compimento da chi, non solo vuole uscire dalla tossicodipendenza, ma condurre poi una vita piena e consapevole.

Questi passaggi possono essere faticosi e, a volte, dolorosi ma sono obbligatori e ineludibili.

Chi non è riuscito a farlo in tanti anni e nelle condizioni ideali non può certo sperare di farcela sotto l’effetto di stupefacenti e in ambiti inadeguati.

Le condizioni migliori per riuscire in questo progetto si troveranno quindi in un ambiente protetto, dove senza scorciatoie o autoconvincimenti ci sia un importante supporto nei momenti più difficili e problematici.   

Non è semplice, almeno da parte mia, chiarire questo concetto così importante ai ragazzi in difficoltà e ai loro familiari. Non puoi, non devi e non vuoi, utilizzare termini tecnici che solitamente non attecchiscono e non fanno breccia su queste persone e che, in ogni caso, sono patrimonio dei professionisti.

 

Stai cercando di aiutarli ma, tra chi non vuol capire (solitamente i genitori) e chi fa finta di non capire (generalmente i ragazzi), ti arrabatti per trovare le parole giuste. Perché le parole sono importanti. Quasi sempre fanno la differenza.

 

Tempo fa ho trovato, abbastanza casualmente, una metafora particolarmente aderente e adeguata a illustrare questo concetto e l’ho fatta mia. Sono restato molto sorpreso quando, cercandone l’autore, ho scoperto il motivo per cui era tanto adatta.  L’ideatore è il Dott. Abraham J. Twersky, rabbino e psichiatra americano, ora 89 anni, e una delle massime autorità mondiali nello studio e nel trattamento delle dipendenze.

Twersky

“L’aragosta è un animale morbido e soffice, vive dentro un rigido guscio che non si espande mai. E come fa l’aragosta a crescere? Mentre cresce, il guscio diventa sempre più stretto e scomodo, tanto che l’aragosta non può fare altro che liberarsene. Sentendosi sempre più sotto pressione e a disagio, va quindi a nascondersi tra le rocce. Lì, più vulnerabile che mai, lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo che possa adeguarsi alle sue necessità

Ad un certo punto, continuando a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto alla sua roccia e ripete il processo, ancora e ancora.

Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la scomodità, il disagio, il dolore.

Se l’aragosta potesse avere dei medici a disposizione, probabilmente le somministrerebbero dei farmaci per ‘sedare’ questo malessere e troverebbe una soluzione immediata, una distrazione che possa far sparire il disagio e che la illuda di aver risolto il problema senza averlo realmente affrontato. Così facendo, non si libererebbe mai di quello che non va più bene per lei.”